Il Paese dipinto

Partendo dalla consapevolezza che Furore, a causa del suo abitato a case sparse, quasi nascoste al turista, non apparendo e non mostrando il suo vero valore e le sue potenzialità si cercò agli inizi degli anni 80 un modo per poter uscire da quell’anonimato a cui sembrava destinato Furore. Fu una felice intuizione, che fece capire che, in un territorio ad altissima competizione turistica, come quello amalfitano, si imponeva l’esigenza di farsi conoscere, presentarsi, raccontare la propria storia, pertanto occorreva narrare, anche ai turisti più distratti, le storie (cunti, aneddoti, leggende) della Terra Furoris. Si pensò così di mettere a disposizione di “artisti urbani” la possibilità di dipingere le proprie opere sui muri messi a disposizione dall’Amministrazione. E proprio questa intuizione, avviata con grande entusiasmo e con pochissime risorse finanziarie ha portato nel giro di pochi anni questo paese all’attenzione del mondo intero.

 

Furono i tre fratelli Mazzella, Rosario ed Elio pittori, Luigi scultore, napoletani, a realizzare le prime tre opere e a far partire, così, l’iniziativa che poté avvalersi fin dall’inizio della consulenza preziosa di Nino D’Antonio, giornalista, scrittore, cittadino onorario di Furore e suo grande sostenitore. Ai fratelli Mazzella seguirono numerosi altri artisti, provenienti da tutta Italia e dall’estero: il siciliano Salvo Caramagno, il pittore poeta Antonello Leone, la scultrice comasca Carla Crosio, l’artista messicano Marc Lopez Bernal, Carla Viparelli da Napoli, il mantovano Silvano Peruzzi, il polacco Christian Wotrowa, lo scultore ischitano Raffaele Di Meglio, Pippo Borrello da Verona, Goffredo Godi, il tedesco Fritz Gilow, la brasiliana Klenia Sanches. Carlo Fayer, Silvano Peruzzi, Antonio Oliveri del Castillo e via via tutti gli altri. Oggi se ne contano circa cento, tutti di buon livello. Venivano volontariamente e operavano a titolo gratuito. Oggi oltre 120 opere, fra pitture e sculture, ne fanno uno dei principali e più originali “Paesi Dipinti” della Penisola.

Non tutte le opere realizzate a Furore, sono dei murales, anzi, sono diversi i pannelli in ceramica realizzati sul territorio, si va da “Cartolina da Furore” di Giulia Lauretano a “Terra Furoris” di D’Amore a “I banditi e il faro sulla Costiera” di Carmela Candido. Ma anche sculture in ferro o in ferro e acciaio, vedi “Il Fiordo di Furore” di Luigi Mazzella o “Gabbiani” di Giovanni Ariano. Senza escludere sculture in marmo o ferro e rame, oppure in legno, vedi “Aquila” di Fritz Gilow e “Il santo delle cicale” di Antonello Prototipo.

Attraverso tutte queste opere, Furore ha cercato di far conoscere la propria storia, raccontando eventi realmente accaduti uniti ad aneddoti e leggende che ancora riecheggiano fra le abitazioni. Ad oggi, si può tranquillamente affermare che in sostanza i murales di Furore hanno contribuito a ricostruire e far conoscere la storia del paese. Entrando nella coscienza della gente ne hanno promosso l’identità, fino agli anni 80, pressoché inespressa. Questa grande galleria d’arte a cielo aperto, con le sue diverse espressioni è, ormai diventata parte integrante della vita dei Furoresi e queste opere hanno dato forma e immagine ai cunti, alle leggende, alle storie e alla storia della Terra Furoris.

Alcune di esse sono intrise di fantasia, altre di ironia, di emozione, di commozione. Ma il confine fra il vero e l’immaginario resta labile. Ce chi dice che il vero annoia e il verosimile affascina. Un fatto è certo: chi osserva queste pitture e queste sculture viene conquistato, coinvolto, spinto in un mondo onirico dove la distinzione tra il reale e l’irreale resta impossibile quanto inutile. Un panorama che reca in primo piano una scultura svettante; una casa con la facciata affrescata; colori che sfumano nell’azzurro del cielo e del mare. Questa è Furore oggi: un paese dipinto che conquista e affascina, seduce ed emoziona.