Le Cartiere e i Mulini

La storia è concorde nell’affermare che l’invenzione della carta sia avvenuta in Cina intorno al I secolo d.C.. Soltanto mille anni dopo l’Europa imparò dai cinesi l’arte di lavorare e creare quelle sottilissime sfoglie bianche, sostituendo definitivamente le vetuste pergamene tramandate dai romani. Questo ritardo è dovuto alla lontananza geografica e culturale della Cina: poche notizie arrivavano del grande impero sorto all’estremo oriente del mondo e quasi tutte alterate nei mercati arabi e dalle fantasie di mercanti ed esploratori. Inoltre, poco dopo l’anno 1000, pochi erano i luoghi in Europa ad aver sviluppato un sistema commerciale talmente ben orchestrato da intrattenere rapporti con realtà così diverse. Prime in assoluto furono le Repubbliche Marinare italiane: Pisa, Genova, Venezia e la nostrana Amalfi. Proprio grazie alle navi della potenza campana la carta ed il segreto dietro la sua lavorazione arrivò fino a noi. Non stupisce, quindi, né che fino al ‘Novecento Amalfi fosse una delle più grandi produttrici di carta d’Italia, né che a ricordare questo ospiti ancora oggi un “Museo della Carta”. Nel 1700, periodo di massima fioritura di tale attività, erano undici le cartiere che sorgevano all’interno della vicina Valle dei Mulini. Fu proprio questo posto che da un lato favorì, col suo naturale flusso d’acqua, la nascita dell’industria, dall’altro segnò la sua condanna. Col progresso tecnologico e la nascita di nuovi mezzi di trasporto della merce, la stretta valle divenne un posto angusto e poco raggiungibile. Inoltre, le stesse acque che davano ninfa vitale alle cartiere iniziarono ad essere piene di detriti al punto da rendere la carta prodotta molto più scadente.

Aspetti architettonici

La cartiera era distribuita su due piani, a pianta rettangolare allungata ed era posta quasi a contatto con il torrente da cui i non pochi inconvenienti in caso di piena, se lo stesso non fosse stato imbrigliato all’altezza del secondo canale, con una diga in muratura, regimentata da uno sfogo a saracinesca. Uno dei pozzi eruttava l’acqua all’interno del locale e metteva in movimento una piccola ruota verticale a pale sporgenti, sistemata fra due pile e collegata all’albero motore dei pestelli. Lo stesso albero era tuttavia collegabile ad una seconda ruota, questa volta orizzontale e mossa dal secondo vortice. Fermo restando che entrambe le ruote potevano essere fermate a volontà, deviando momentaneamente il getto dell’acqua degli ugelli è evidente che l’ingegnosità del sistema consentiva di mettere in funzione la ruota orizzontale in caso di necessità, vedi gli interventi di manutenzione oppure di scegliere il rendimento dell’una o dell’altra in rapporto alla quantità d’acqua a disposizione. In un vano adiacente alle pile, coperto con un solaio ligneo a vista, era posta la vasca del tino, anch’essa in pietra locale. Vi versava l’acqua da un foro una sorta di fontanile, sagomato e decorato nella stessa pietra, sulla quale si leggono incise la data 1836 forse era il vano della soppressa , cioè del torchio, ma mancano, nell’attuale sistemazione dei luoghi, indicazioni più specifiche. Accessibile direttamente anche all’esterno il piano superiore segue fedelmente il primo e presenta in corrispondenza delle pile un piccolo forno per la pianificazione, realizzato però esternamente al perimetro e chiuso a sua volta in un ambiente circolare più vasto e coperto con una volta a scodella che, pur comunicando con in vani superiori della cartiera, costituisce la base strutturale ed architettonica della torre piezometrica più alta, destinata ad alimentare il mulino. All’interno della torre, un secondo vano circolare si sovrappone al vano a cupola e individua una stanza perfettamente riscaldata e resa indipendente da una rampa esterna. Questo sistema di incastro, da una parte garantisce infatti la totale indipendenza delle due strutture, ai fini della proprietà e dell’altra distribuisce il calore del forno sia all’interno della cartiera, per la stiratura dei foglia sia all’interno del mulino, per il riposo del mugnaio. L’ambiente della macina appare a sua volta raccordato con una scaletta interna ad un vano superiore per il deposito del frumento. Da questo si esce infine, per una porticina, per raggiungere in pochi metri, il canale di adduzione. L’intero complesso si presenta gradevolmente articolato nello spazio e realizzato in muratura locale, con ambienti coperti a volta leggermente estradossata. Passando sull’altra sponda del torrente incontriamo addossato alla parete naturale lo spandituro della cartiera, dove i fogli a man mano venivano stesi ad asciugare. Oggi si presenta raccordato ad una calcara, ossia ad un vecchio forno per la calce, dalla caratteristica forma a tholos, contraffortata all’esterno.

Mulino

Riguardo al mulino, una tramoggia in legno, dalla forma ad imbuto, indirizzava il frumento posto al centro della ruota della macina dove poi la forza centrifuga lo traeva tra i palmenti e lo buttava fuori sfarinato. Era infine necessario che i palmenti fossero ricavati da una pietra lavica e comunque abbastanza dura da resistere all’usura. Questo edificio era anche il luogo dove il mugnaio andava a riposare.

La produzione della carta

Mentre le ruote dei mulini non richiedevano un acqua necessariamente limpida, altrettanto non può dirsi per le cartiere, dove invece l’acqua entrava anche nell’impasto ed influiva in modo significativo sulla qualità del prodotto.Il processo della manifattura della carta, la materia prima era costituita dei cenci che venivano raccolti in apposite vasche di pietra, ed erano triturati e ridotti in forma di poltiglia mediante una serie di magli di legno alla cui estremità erano sistemate alcune decine di chiodi di ferro. La forma e le dimensioni di questi chiodi determinava la consistenza della poltiglia e quindi la grammatura o spessore della carta. Il movimento dei magli era generato dalla forza dell’acqua che precipitando su di una ruota a contropeso, metteva in azione un albero di trasmissione. Una volta preparata, la poltiglia veniva raccolta in un tino in muratura, insieme ad un certo quantitativo di colla, ottenuta utilizzando pelli di animali, che si produceva nella caldaia. Nel tino poi si calava la forma, che aveva la bordatura in legno e la filigrana nel mezzo, composta da una fitta rete di fili di ottone e bronzo. La filigrana conteneva pure marchi di fabbrica che servivano per contraddistinguere non solo i vari cartari, ma anche il tipo particolare di carta prodotto. Così la poltiglia si attaccava alla forma ed era quindi trasferita su appositi fogli di feltro. Si realizzava, in questo modo, una catasta di fogli di carta molto umidi a cui si alternavano altrettanti feltri. La catasta era quindi pressata da un torchio di legno che determinava la fuoriuscita dell’acqua, successivamente i fogli di carta venivano staccati uno per uno dai feltri e portati nello spandituro per l’asciugamento definitivo, a mezzo di correnti d’aria.